EFFEMERIDE - EPHEMERIS :  Con questo vocabolo s’intende un lunario, diario, almanacco, resoconto, descrizione particolareggiata di un fatto, come pure una raccolta di dati necessari per l’esecuzione dei calcoli nautici per ottenere la posizione della nave in mare aperto.

E’ nostra intenzione offrire, con cadenza stagionale, una “Effemeride” riguardante qualche momento prezioso rappresentato nel nostro Museo.

 

 

Cominciamo, in occasione del solstizio d'inverno, con il naufragio di Tristan da Cunha:

 

 

Il Brigantino a palo “Sebastiano Dall’Orso” era stato costruito a Varazze nel 1882 dal costruttore B. Cerruti per conto degli armatori Michele e Andrea Dall’Orso di Chiavari. In un secondo tempo il nome venne cambiato in “Italia” ed il comandante era il Capitano Rolando Perasso di Chiavari.

Il brigantino aveva le seguenti caratteristiche:

 - lunghezza m. 58,96

 - larghezza m. 10,94

 - puntale m. 7,28

 - stazza, tonnellate 1.074,18

 - legname: quercia, pino e peach pine

 - Fiducia, Navigazione 1,00 L.

 

Il giorno 3 Agosto 1892 il brigantino, carico alla marca di carbon fossile imbarcato a Londra, era partito per il Sud Africa.

Il Capitano Perasso aveva iniziato secondo la consuetudine il suo viaggio, dapprima pericoloso, dovendo traversare il Mare del Nord e la Manica, e poi nell’Atlantico dove aveva sfruttato a lungo i venti da Nord Ovest.

Il giorno 28 settembre, l’equipaggio scoprì che dalla stiva carica di carbone proveniva un fumo verdastro, con emanazioni di gas, segni evidenti di un incendio che covava nel carico.

Capitan Perasso si rese subito conto del grande pericolo, uno scafo di legno non ha difese contro l’incendio a bordo e, calcolato rapidamente il punto nave, si rese conto che la terra più vicina era l’isola di Tristan da Cunha. Fece preparare tutto il necessario per abbandonare la nave, ma cercò di ottenere la più alta velocità per raggiungere al più presto la salvezza.

 

L'isola di Tristan da una carta nautica

 

Portò quindi coscientemente il suo bastimento a incagliare sulle rocce di Tristan, salvando così tutto l’equipaggio che fu accolto per fortuna molto volentieri dagli abitanti.

Gli abitanti dell’isola, un centinaio di persone di razze diverse, erano usi a una vita contemplativa e vivevano tranquilli, raccogliendo quello che la natura offriva loro.

L’equipaggio, composto da marinai liguri abituati a guadagnarsi duramente il pane quotidiano, per onorare il detto “Mainà nu ghe travaggio che u nu sagge fâ”si mise subito all’opera per ricambiare le attenzioni offerte. Costruì per prima cosa un marciapiede di legname, ricuperato dal relitto, lungo l’unica strada dell’isola con ai lati le baracche costruite alla meglio, in modo da non dover calpestare il fango durante la stagione delle piogge; quindi costruì dei recinti dove ospitare il bestiame, mucche e pecore, specialmente per poter ricuperare il letame utile per ottenere dall’orto un prodotto migliore, e si diede da fare per insegnare ad usare le reti e le lenze che aveva salvato dal naufragio del bastimento.

Modello, conservato nel Museo, di una imbarcazione tipica di Tristan

 

 

Nei pochi mesi che i marinai rimasero sull’isola diedero una impressione di civiltà notevole, che permise agli abitanti di vivere molto meglio. I due marinai rimasti sull’isola continuarono in questo lavoro.

Attraverso il giornalista Josè Crovari, Camogli iniziò uno scambio di informazioni che durò a lungo e ci permise di seguire, si può dire giornalmente, la vita sull’isola.

Inviammo un cassetta di pronto soccorso in uso sulle navi, e loro ci mandarono una foto con un pomposo Camogli Hospital; ospitammo anche il Capo isola nella nostra cittadina e si può dire che l’isola divenne una parte della nostra città.

 

La targa che dedica a Camogli il piccolo ospedale dell'isola

 

I discendenti dei due marinai rimasti sull’isola ospitarono per una settimana il giovane Jan Lavarello, nipote del marinaio Agostino, reduce da due anni di corsi per l’utilizzo del satellitare di comunicazione da impiantare sull’isola, satellite che usammo per mandare un nostro ricordo in occasione del centenario del naufragio; il nostro amico Capo isola ci rispose ringraziandoci, ma ci fece la proposta di continuare a scriverci come avevamo sempre fatto, perché per lui era un grande piacere pensare a noi mentre scrivevamo la lettera e quando l’impostavamo, e poteva seguire giorno per giorno la navigazione della nave St. Helena, che due volte all’anno collegava Londra con l’isola. Noi, che condividiamo le stesse idee del Capo isola, abbiamo continuato a scrivere a penna le nostre lettere sicuri che giungevano attese e gradite dai nostri amici isolani. Forse può sorgere il dubbio che il vivere immaginifico dell’isola sperduta nell’Atlantico sia emigrato anche da noi.

   

--------------------------------------------------------------------------------------------