Nel solstizio d’estate vogliamo proporre la storia di generosità ed eroismo di due nostre concittadine:

Maria e Caterina Avegno, legate al naufragio del Piroscafo Croesus,

avvenuto nella baia di San Fruttuoso il 24 aprile del 1855.

 

Riteniamo opportuno inquadrare la tragica vicenda del Croesus nella situazione politica europea al tempo in cui si verificò il fatto che vogliamo ricordare.

Nel 1853, approfittando dell’inarrestabile decadenza dell’Impero Ottomano, la Russia aveva dichiarato guerra alla Turchia, contando anche sul possibile intervento delle grandi potenze europee, interessate alla spartizione degli estesi territori del fatiscente impero, considerato ormai “il malato d’Europa”.

Risultavano però evidenti le mire dello Zar Nicola I sui Balcani, per assicurarsi uno sbocco sul Mediterraneo.

Tali propositi erano invece in palese contrasto con gli interessi di Francia e Inghilterra che, dimentiche della loro secolare inimicizia, entrarono in conflitto in sostegno alla Turchia, per contrastare l’espansione della Russia, mentre l’Impero Austro-Ungarico si manteneva neutrale.

Di questa situazione seppe approfittare, con lungimirante capacità politica, il Primo Ministro del piccolo Regno di Sardegna, Camillo Benso conte di Cavour, che riuscì a convincere il sovrano, Vittorio Emanuele II, ad entrare nel conflitto in alleanza con Francia e Inghilterra.

Era evidente che Cavour voleva preparare il terreno per una possibile alleanza con la Francia, al fine di ottenerne il sostegno nella sua aspirazione di liberare il Lombardo-Veneto dal dominio austriaco, costituendo così il primo nucleo del futuro Regno d’Italia.

L’alleanza con il piccolo Regno di Sardegna era di grande interesse per Inghilterra e Francia, che trovavano nel porto di Genova e nella numerosa e organizzata flotta mercantile, specialmente camoglina, una notevole facilità di rifornimento delle loro truppe impegnate nel Mar Nero.

Il Croesus, o una nave similare, in una stampa dell'epoca

E’ in questa atmosfera, che la mattina del 24 aprile 1855, Cavour e Rattazzi assistevano nel porto di Genova agli intensi preparativi per l’imbarco di un reparto di circa 270 uomini dell’esercito piemontese sul piroscafo inglese Croesus , destinato in Crimea.

Stavano imbarcando 37 Ufficiali del Genio e 239 soldati di sussistenza, medici e infermieri, oltre a medicinali ( specialmente preparati anticolerici) e le attrezzature di un ospedale da campo di oltre 100 letti.

E ancora muli, cavalli, fieno, acquavite, 1.400.000 razioni di viveri e una notevole quantità di munizioni ed esplosivi.

Il Croesus  doveva inoltre rimorchiare il Pedestrian,  un veliero carico di viveri, ma soprattutto di munizioni e una batteria di campagna.

La partenza avvenne intorno alle ore nove, e subito si ebbe un primo incidente, quasi un presagio del disastro imminente. Durante la manovra di uscita dal porto, per un errore dovuto probabilmente alla mancanza di esperienza del comandante in operazioni di rimorchio, il Croesus urtò con la poppa il Pedestrian, danneggiandone il bompresso e probabilmente l’albero di trinchetto.

Nonostante l’incidente la navigazione continuò regolarmente e il Croesus fece rotta per passare al largo di Punta Chiappa.

Le notizie sulle condizioni atmosferiche di quella mattina sono diverse e addirittura contrastanti.

Secondo alcune testimonianze soffiava un forte vento di maestrale, secondo altri il tempo era splendido.

Considerando i fatti che andremo ad esaminare, possiamo ritenere che il tempo fosse sostanzialmente buono, con una brezza tesa da tramontana/maestro.

Il Croesus, un piroscafo di 2552 tonnellate di stazza, costruito in Inghilterra nel 1853, a propulsione mista, vele e macchina a vapore, era uno dei più grandi dell’epoca. La sua macchina a vapore comportava la presenza a bordo di un carbonile di circa 400 tonnellate, e le vele venivano usate quando le condizioni meteomarine lo permettevano, cioè con venti dai quadranti poppieri.

Il Croesus in fiamme davanti a San Fruttuoso

Il Comandante del Croesus era John Vine Hall, uno dei capitani più esperti della  General Screw Steam Shipping Company, compagnia inglese che armava altre dieci unità e aveva noleggiato il Croesus al governo di Sua Maestà, per l’impiego in Crimea.

Il Croesus, che aveva un equipaggio di 180 unità, prima di questa missione aveva già effettuato diversi viaggi di trasporto emigranti per le Americhe e l’Australia.

Dopo circa due ore di navigazione tranquilla, improvvisamente un grido d’allarme squarcia l’aria: “fuoco a bordo!”. Le fiamme si erano sviluppate nel carbonile e si stavano estendendo rapidamente.

Il Comandante Hall ordina immediatamente di tagliare il cavo di rimorchio del Pedestrian, carico di esplosivi, che ritorna a Genova, non senza problemi a causa dei danni all’alberatura subiti alla partenza.

Il carbon fossile si era evidentemente incendiato per autocombustione e purtroppo, allora, siamo ai primi tempi della navigazione a vapore, le stive e i carbonili non erano ancora provvisti di impianti di spegnimento a vapore o gas inerte che, saturando l’ambiente, eliminano l’ossigeno e provocano lo spegnimento dell’incendio.

Ben presto il Comandante Hall si rende conto che il fuoco è incontrollabile e non può essere domato con le sole pompe di bordo.

Ordina quindi il gettito a mare di tutti gli esplosivi e munizioni, che generalmente in questi viaggi venivano stivati sopra coperta, per evitare un grave peggioramento della situazione.

Possiamo immaginare la confusione che si sta creando a bordo: la brezza marina obbliga a forzate e rapide manovre delle vele, ormai l’unico mezzo di propulsione, ma contemporaneamente contribuisce alla rapida propagazione dell’incendio.

Gli ufficiali impartiscono a gran voce ordini in inglese; i soldati piemontesi e sardi, per la maggior parte novizi del mare, sono impauriti, non capiscono cosa sta succedendo e cosa debbono fare, sono impotenti e confusi di fronte a tanto caos.

Improvvisamente dinanzi alla nostra costa si sta consumando un’inaspettata e tremenda tragedia!

Il Comandante Hall, visto il peggiorare della situazione, decide di avvicinasi alla costa al fine di poter arenare la nave e tentare così di salvare gran parte dello scafo e del carico, ma soprattutto l’equipaggio e quei soldati che non sanno nuotare e che le loro pesanti uniformi potrebbero trascinare velocemente a fondo. E’ quasi mezzogiorno e purtroppo la scoscesa costa di Portofino non fa intravedere nessun punto di facile approdo.

Il Comandante Hall dirige allora verso la piccola baia di San Fruttuoso, dove Maria, Caterina e gli altri abitanti del borgo seguono con trepidazione quella navigazione morente. La nave va ad arenarsi sulla punta che divide le due spiagge del borgo.

Sicuramente la scena deve apparire infernale: l’enorme nave che brucia, le concitate grida di aiuto in lingue e dialetti sconosciuti che giungono da bordo, soldati, medici ed equipaggio che si gettano in mare, altri invece meno temerari che restano a bordo in attesa di soccorsi.

E questi non si fanno attendere: dalla spiaggia vengono messi a mare gli unici due gozzi disponibili, uno governato dalle due sorelle e l’altro dal marito di Maria, Giovanni Oneto. I due mezzi, instancabili, compiono velocemente innumerevoli viaggi per trasportare i naufraghi da quel rogo alla salvezza. Purtroppo durante uno di questi tragitti, il gozzo delle sorelle Avegno viene afferrato da troppe mani di naufragi disperati e rovesciato. Maria e Caterina, abilissime nuotatrici, sbalzate in mare tentano ancora di portare in salvo i naufraghi che si sono aggrappati alle loro vesti, ma vengono trascinate a fondo.

Maria non emergerà più, mentre Caterina, semiaffogata, riuscirà a guadagnare la riva con l’aiuto di un marinaio inglese.

I soccorsi da Camogli giungono nel primo pomeriggio e continuano sino a sera quando tutti gli uomini sono evacuati dalla nave o raccolti in mare. Le autorità coordinano il rientro dei soldati e dell’equipaggio a Recco e successivamente a Genova. Sulla spiaggia si contano cinque morti, ma nei giorni successivi il mare restituirà altre salme.

Le vittime del naufragio saranno 24 e verranno sepolte nel borgo, alle spalle dell’abbazia.

Il corpo di Maria sarà recuperato solo dopo quattro giorni e le cronache riferiscono concordi che si presentava con le braccia tese verso la spiaggia, come in un ultimo, disperato tentativo di trarre ancora in salvo altri naufraghi.

Il Croesus giacerà in fiamme nella baia di San Fruttuoso ancora per alcuni giorni, rendendo così impossibile ogni operazione di recupero della nave e di parte del suo carico; poi una tempesta lo spezzerà in due tronconi facendolo definitivamente affondare.

Solo vent’anni dopo un gruppo di recupero, formato da palombari, tenterà di far riaffiorare tutto il materiale possibile, scampato all’incendio e alla corrosione del mare, compresa la preziosa motrice.

Un altro recupero verrà effettuato nel 1937, nel periodo delle sanzioni, per la necessità di ottenere materiali ferrosi per l’industria.

Ci sono rapporti che indicano che nel 1970, a 10 metri di profondità, fosse ancora possibile vedere tracce di una lunga carena. Oggi non resta più nulla di quel terribile disastro.

Al Museo Marinaro “G.B. Ferrari” di Camogli è conservato il sestante del Croesus, di fabbricazione inglese, un prezioso reperto contorto dall’enorme calore provocato dall’incendio.

Maria Avegno fu sepolta prima a Camogli e successivamente nell’abbazia di San Fruttuoso, per concessione dei Principi Doria Pamphilj, un privilegio unico per gli abitanti del borgo.

La targa apposta alla casa natale delle Sorelle Avegno.

Venne distrutta dall'alluvione del 1918 e ricostruita.

Le Autorità cittadine conferirono alla sua memoria onorificenze e sostegno per gli orfani. Il governo del Regno di Sardegna, nel giugno 1855 deliberò di concederle la medaglia d’oro al valor civile (prima donna italiana a ricevere l’alta onorificenza) e un vitalizio ai suoi otto orfani.

L’atto eroico venne ricordato con una lapide nel Municipio di Genova e solo più tardi, nella ricorrenza del cinquantenario, il sindaco di Camogli decretava l’apposizione di una lapide sulla facciata dell’ abitazione delle sorelle Avegno, a San Fruttuoso.

La Regina Vittoria conferì alla memoria di Maria la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare britannica. Il Console inglese Brown consegnò 10 sterline alla superstite Caterina e 50 sterline alla famiglia di Maria Avegno.

In seguito lo stesso Console Brown portò a conoscenza di Giovanni Oneto l’interessamento della Regina Vittoria, che proponeva che i due orfani più piccoli, Giovanni Battista e Santa Teresa, venissero accolti in un “college”di Londra, ma il padre rifiutò. Giovanni Battista, come tutti gli uomini di San Fruttuoso, divenne marinaio su barchi camoglini e Santa Teresa, come tutte le donne del borgo, continuò a rassettare reti e lavorare la lisca.

Il nome di Maria Avegno è scritto persino nel libro d’oro della Cattedrale di Notre Dame a Parigi: abbiamo infatti una nota scritta a S.E. il ministro degli Interni del Regno di Sardegna da monsieur Cormenin, fondatore di un’associazione che ha lo scopo di celebrare una messa quotidiana, in una cappella della Cattedrale, in suffragio di tutti coloro che sono morti per salvare la vita del prossimo.

A Camogli il belvedere panoramico noto come la “Rotonda” è intitolato alle due eroiche sorelle.

Molto si è scritto e parlato sull’assenza degli uomini di San Fruttuoso nel salvataggio dei naufraghi del Croesus, ma precise testimonianze raccolte da Josè Crovari da testimoni ancora viventi e dalla pronipote di Maria, la signora Rosetta Oneto, si può comprendere come San Fruttuoso non campasse solo di pesca. Gli uomini di San Fruttuoso erano per la maggior parte marinai, imbarcati sui velieri di Camogli, mentre gli altri si dedicavano al commercio, allora assai florido, della legna, della lisca e delle fascine. Quel giorno quindi, mentre i pescatori erano al largo, fuori dalla vista della tragedia che si svolgeva nella baia del borgo, in paese restavano poche donne, qualche anziano e molti bambini e sulla spiaggia erano disponibili solo due gozzi, quelli che vennero utilizzati dalle sorelle Avegno e dal marito di Maria, Giovanni Oneto.

Concludiamo con una breve nota sulla guerra di Crimea.

Il contingente piemontese raggiunse un massimo di 18.000 uomini al comando del generale Alfonso Lamarmora. I caduti in combattimento furono 23, nella battaglia della Cernaia, ma oltre 2.000 furono le vittime del colera che imperversò sul fronte per tutto il periodo della guerra.

Purtroppo, la perdita del Croesus, che non fu mai sostituito, arrecò problemi enormi alla sussistenza medica in Crimea e fu un irreparabile danno strategico e logistico, soprattutto per la perdita del grande ospedale da campo. Per inciso, le nuove metodologie dell’assistenza infermieristica in guerra, erano in quel tempo e in quella terra condotte da Florence Nightingale, la celebre Dama della lampada.

Molto apprezzato fu l’apporto delle navi camogliesi per l’approvvigionamento delle truppe alleate e

Cavour ebbe occasione di riconoscerlo più volte, riferendo le sorti della guerra al Parlamento di Torino, quando disse: “Se gli approvvigionamenti per le truppe sarde sono andati così bene, il merito è di quei diavoli di camogliesi i quali hanno donato al Piemonte una vera Marina Mercantile”.

E ancora, parlando con il Ministro Rattazzi “con quei diavoli di camogliesi il viaggio è sempre assicurato”.

In verità gli armatori camogliesi trassero grandi vantaggi economici dalla guerra di Crimea, che consentì loro di armare molte nuove navi, con i proventi degli elevatissimi noli legati agli alti rischi e ai pericoli dei viaggi per il Mar Nero, dei quali i capitani camoglini avevano una perfetta conoscenza sia sotto l’aspetto nautico che per le alleanze e le amicizie costruite nel tempo con le popolazioni di ogni baia, approdo e calanca disseminate lungo la rotta.

Ciò permetteva loro di sfuggire al blocco navale, imposto dalla flotta russa, nel quale spesso incappavano le navi inglesi e francesi tanto che, col tempo, quasi tutti gli approvvigionamenti alle truppe alleate nel Mar Nero vennero affidati ai velieri camogliesi.

 

Ringraziamo la Signora Rossana Fulle, segretario amministrativo della civica biblioteca “N.Cuneo”, per la valida e cordiale collaborazione.

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