SOLSTIZIO D'ESTATE - 21 giugno 2014

 

ANCORA UNA STORIA DELLA MARINERIA CAMOGLIESE

 LA NAVE GOLETTA “FIDUCIA” 

CATTURATA DAI PIRATI DEL  RIFF

La nave goletta “Fiducia”

 

Tra i documenti conservati in Museo abbiamo  scelto, per questo solstizio, la relazione  originale  del Capitano  camogliese  Emanuele Razeto, al comando della nave goletta “Fiducia”, presentata al Ministero della Marina, in relazione alla cattura della nave e dell'equipaggio da parte dei pirati del Riff. Ricorderemo un evento che, pur risalendo alla fine del XIX secolo, presenta contenuti rinvenibili in tante vicende dei giorni nostri,  reso però ancor più drammatico dall'assoluta mancanza di comunicazioni con l'armatore, le famiglie e  le Autorità.

I bastimenti camoglini incappavano spesso, specie nelle rotte medio-orientali negli agguati dei pirati greci o saraceni, che nella maggior parte dei casi si accontentavano di spogliare la nave e l'equipaggio di ogni bene, lasciandoli liberi di proseguire il loro viaggio con ciò che rimaneva a bordo (spesso molto poco). Anche Garibaldi incappò in un assalto dei pirati greci nell'Egeo quando, nel 1828, si trovava imbarcato sul brigantino “Cortese” in qualità di scrivano. La nave e  l'equipaggio furono depredati di tutto, compresa gran parte dell'attrezzatura e della velatura, ma   riuscirono  ugualmente a proseguire il viaggio e a raggiungere la Crimea, dove il brigantino era atteso per un carico di grano.

Ben diversa fu la sorte dell'equipaggio della nave goletta “Fiducia” come si evince chiaramente dalla relazione del Capitano Emanuele Razeto che trascriviamo fedelmente.

 

RELAZIONE al MINISTERO  DI MARINA"

del Cap. Emanuele Razeto di CAMOGLI

 

La pagina iniziale della relazione di Cap. Razeto

                                Ho l'onore d'informare l'E.V. del come avvenne la cattura del Barche  Fiducia da me comandata, portante a bordo un carico di legnami e proveniente dal  Nord'America (…)

Navigavo a circa 19 o 18 miglia dalla costa d'Africa ed eguale distanza mi separava da Capo Moro Nuovo, ed anzi posso quasi con certezza stabilire che questo mi restava a SE1/4E magnetico, quando alle 9,25 GM time, avvistai due barche piccolissime che si dirigevano verso il Fiducia, salii sull'albero di mezzana e mi accorsi, non senza trepidanza,  che le imbarcazioni, mosse da vigoroso impulso, si avvicinavano rapidamente. Fu forse un'ispirazione; ma sta il fatto che mi balenò, subito il sospetto di avere  a che fare con i pirati.. Fatto svegliare il nostromo Giorgio Petrovich l'invitai a esprimere il suo giudizio, che fu concorde al mio.

      Eccellenza, la nave senza vento non poteva correre, armi a bordo non ve n'erano se si eccettua una rivoltella con cinquanta palle di proprietà del nostromo, ma tuttavia, passata la voce all'Equipaggio, tutti ci armammo, come meglio potavamo, con coltellacci, ferri e bastoni, pronti a difenderci, a vendere cara la nostra vita.

      Le mie supposizioni si avverarono. Diffatti avvicinandosi le due barche, si poté benissimo distinguere che i poppieri e i prodieri erano armati di fucili, mentre gli altri mori vogavano di gran lena.

      In quel fratempo l'unica salvezza nostra veniva a mancare, il vento era di S.SO di circa due miglia l'ora, ma non'ostante  si faceva rotta all'Est, e Nord, per allargarsi  un poco dalla  costa.

      La prima barca intanto si era avvicinata a portata di voce; distinguevo benissimo che era montata da sei persone, l'uomo seduto sul banco di poppa mi fece segno colla mano di mettere la prora verso terra , minacciandomi con la carabina.

      Ordinai allora al giovanotto di camera di alzare la bandiera nazionale e feci conoscere ai mori, parlando in lingua spagnola che non viravo di bordo dovendo seguire la mia rotta.

      Essendo scemata del tutto la forza del vento, il Fiducia si trovò ad essere pressoché immobile.

      I pirati non vedendosi ubbiditi alla prima intimazione fecero fuoco sul nostromo, che trovavasi sul carabottino di prora, il nostromo rispose scaricando i sei colpi della sua rivoltella, I pirati vistisi affrontati, si allargarono a quaranta metri dal Fiducia, continuando però sempre a far fuoco e riuscendo a ferire il nostromo al braccio destro. Sentivo più che mai aggravarsi la responsabilità di questo innutile speco di energia, mentre continuava la resistenza.

Intanto la seconda barca avanzandosi  lasciava vedere al suo bordo altri cinque mori, armati di tutto punto.

      Conoscendo il pericolo che correvamo se si continuava a molestare gli aggressori coll'innocua salve della rivoltella, in attesa degli avvenimenti, ordinai al nostromo di cessare il fuoco facendogli comprendere che se per caso un solo moro fosse rimasto ferito, noi dopo avremmo dovuto caramente pagarlo colla vita.

La costa del Marocco dove avvenne l'abbordaggio

(l'asterisco indica il punto approssimativo)

      La seconda imbarcazione si avvicinava dal lato di sinistra al giardino di poppa. Dal vociare dei mori compresi che volevano in mare le nostre due lancie; promisi di darle al patto che nessuno salisse  a bordo, ma mentre si lavorava per mettere in mare , i pirati assicuratisi che non avevamo che una sola rivoltella, mi assalivano contemporaneamente dal lato sinistro, salendo a prora dal parasartie di trinchetto e da poppa dal parasartie di mezzana.

      Il nostromo per primo venne atterrato e disarmato della rivoltella, io venni affrontato da due mori e minacciato con due pistole puntate al petto mi si impose di non parlare e mi fu giocoforza ubbidire impugnando però sempre la canna delle loro armi e tentando di scostarle  per quanto era possibile.

      Ben presto ebbero raggione di tutti noi. Entrarono nella camera di poppa e di prora e tutto misero sossopra , e d'ogni cosa si appropriarono.

      Asportarono tutto il nostro vestiario e quanto rittennero loro utile, cercando il denaro vuotarono i  cassetti e frugarono per ogni dove; trovarono 5 duros e mezzo soltanto e ciò li inasprì. Sospettarono che si fosse nascosto accuratamente la cassa di bordo e allora presero a minacciare per obbligarmi a rivelare il nascondiglio.

      Ebbe un bel fare per dimostrare loro che tutto il nostro denaro si riduceva in quella poca moneta Americana già rubatami.

      Per dimostrare quanto era vivo nei mori lo spirito della rapina dirò all'E.V.  che vedendomi in testa un beretto quasi nuovo me lo levarono sostituendolo con un altro vecchio che era già stato da loro preso nella mia camera.

Impossibile descrivere minutamente gli oggetti che cadero in potere degli aggressori; quanto v'era  di buono e di utile passò nelle loro mani, compresi due sestanti, il mio e quello del 2° di bordo Catanzaro Salvatore.

      Fatto il bottino i pirati mi chiamarono al centro, sul colmo, e con voce forte, perché sentissero tutti gli uomini dell'Equipaggio uno di essi mi richiese il denaro che supponeva nascosto dicendomi:

- Capitano se tu non fai uscire il denaro che tieni, ammazziamo prima te e poi tutti gli altri.

      Risposi con voce vibrata che tutto il denaro stava nei 5 duros e mezzo presi, e che se volevano ammazzarci lo facessero pure perché ogni nostra cosa, tutti i nostri valori erano già nelle loro mani.

      All'ora quello che sembrava il Capo dei pirati, visto che non poteva avere il denaro mi ordinò d'imbarcarmi nella lancia; tentai di resistere, ma due mori mi puntarono le pistole al petto dicendomi:

      - Capitano andar ubbidir.

Naturalmente, vedendo inutile ogni resistenza m'imbarcai senza pronunciare altra parola; con me imbarcarono il nostromo Giorgio Petroviche e il giovanotto francese Paolo Peinan.

      Prima mi fecero imbarcare sulla prima nostra lancia, ch'era lungo il bordo già ammainata, poi cambiarono parere e ci fecero passare sulla loro imbarcazione, portando però con loro il nostro gozzetto carico degli oggetti rubatici.

      Lasciavo il Fiducia alle ore 1,45 Pom. ed invano chiamavo il Secondo Catanzaro Salvatore; forse era trattenuto dai mori sotto coperta.

      Mi rassegnai alla critica sorte e con me i miei compagni.

Durante il tragitto controbordammo una altra barca carica di pirati i quali si recavano festosamente incontro al bottino.

      Approdammo, una volta sulla spiaggia i mori presero a dividersi gli oggetti rubati; fatta la divisione fecero rittorno a bordo recando la rispettiva parte di bottino; la barca si diresse quindi verso l'Est e fece capo ad un'altra spiaggia e qui i mori trasportarono il bottino nelle loro capanne aiutandosi l'uno coll'altro.

      Compita questa operazione ci imbarcarono nuovamente e sempre in direzione di Est ci condussero verso un'altra parte della spiaggia, distante circa mezz'ora ci sbarcarono, trassero in secco le barche loro ed il gozzetto del Fiducia;

un numeroso stuolo di mori  era sulla spiaggia per attendere il nostro arrivo e onorare i loro compagni per la proficua impresa compiuta.

      Quando Dio volle, dopo circa un'ora, si diressero verso le loro case lasciandoci a guardia due mori armati di fucile di modello recente. Io il nostromo ed il francese ci accomodammo alla meglio sulla umida spiaggia in attesa del domani.

      Il mattino del 15 alle ore 11 ci fecero incamminare verso la montagna, ci fermammo ad una casa tutto il giorno e parte del Seguente.

      Nelle ore pomeridiane del 16 Agosto ci guidarono più in alto sulla montagna, e ci rinchiusero in un'altra abitazione; quivi ci fecero capire che saremmo rimasti nelle loro mani  sino al giorno del nostro riscatto.

      Il padrone di questa casa era Carmen Agi.

 

Dell'Eccellenza vostra

l'umile e dev.mo

Capitano

Emanuele Razeto.

 

Camogli 1897”

 

Questo è il testo del  documento, certamente di grande interesse, conservato in Museo, sul quale però è opportuno formulare alcune riflessioni. Purtroppo, non siamo riusciti a identificare il porto di caricazione in Nord America, nonostante la grafia sia piuttosto chiara e il documento ben conservato. Gio Bono Ferrari, nel volume “la Città dei mille bianchi velieri Camogli”, riporta questo avvenimento e indica come scalo di partenza dagli Stati Uniti il porto di Pensacola. Inoltre, il Capitano Razeto, così preciso nel segnare l'ora e la posizione della nave al momento dell'abbordaggio dei pirati del Riff, non indica la data dell'evento, che dall'esame del documento sembra essere il 14 agosto 1897.

Stupisce ulteriormente che la relazione, sebbene datata Camogli 1897 ( quindi ad avvenimento concluso), nulla riferisca sulla sorte degli altri membri dell'equipaggio, della nave, della durata del sequestro e della liberazione dalla prigionia.

Di questa vicenda si era già occupato il Comandante Silvio Caccaos, nel “Quaderno del Museo numero 6”, ciclostilato in proprio nel 1982, che raccoglie elementi necessari a fare luce su questo  episodio della storia della marineria camogliese.

Il Comandante Caccaos,  appassionato collaboratore del Museo, attento e acuto ricercatore, aveva rinvenuto sulla Rivista Nautica del dicembre 1898 una lunga intervista del giornalista E.B. di Santaflora al Capitano Emanuele Razeto, nella quale venivano riportati tutti i dettagli della lunga prigionia e della liberazione dell'equipaggio della nave goletta “Fiducia”, che qui riportiamo brevemente.

 

Il Riff

Il Capitano Razeto, il nostromo e il giovanotto francese furono rinchiusi nella casa  di Carmen Agi Anar Bocoya sulle alture del Riff, in un villaggio di una quarantina di case, abitato da una tribù di montanari e marinai dediti alla razzia e alla pirateria. I prigionieri erano sottoposti a una vigilanza strettissima, anche perché si temeva un colpo di mano degli spagnoli o degli italiani, ma non furono maltrattati. Solo il “giovanotto” francese, Giorgio Peinen, che si era innamorato di una giovane mora con la quale pensava di mettere su famiglia (e non fare più ritorno in Francia), si ammalò, probabilmente di tubercolosi, e morì.

Il suo corpo venne portato sulla spiaggia e imbarcato su una nave francese per essere trasportato in patria.

Il giorno 8 novembre 1897 si presentò al villaggio il Vice Console francese, accompagnato da un giovane ed  elegante marocchino e da un altro capo pirata, Alusci (che teneva prigioniero l'equipaggio  della goletta portoghese “Rosita”); i tre si riunirono nella casa di Carmen Agi  per le trattative del riscatto e del  rilascio. Le trattative si rivelarono subito molto difficili; tuttavia, quando la loro interruzione sembrava ormai certa, intervenne un “marabut” che riuscì a risolvere la situazione.

La mattina del giorno 10 i prigionieri, italiani e portoghesi, furono fatti scendere sulla spiaggia e imbarcati su un battello per essere condotti a Alhaucemas.

Al momento dell'imbarco il capitano Razeto fu catturato da un riffano, armato di fucile, che pretendeva di non farlo partire; fu l'intervento di una donna del villaggio a strapparlo dalle mani del pirata e salvargli la vita.

Da Alhaucemas i prigionieri liberati furono trasferiti a Tangeri e quindi a Gibilterra, dove i due italiani vennero imbarcati sulla torpediniera “Lombardia” e ricondotti in patria.

Le trattative per la liberazione dei prigionieri italiani e portoghesi furono condotte dal governo italiano,considerata la nazionalità della nave, spagnolo, che esercitava una forte influenza sulla zona del Riff e tratteneva alcuni prigionieri riffani, che furono scambiati con gli equipaggi prigionieri dei pirati, e francese che voleva mantenere un certo prestigio in una zona al confine con l'Algeria.

Vascello “Re Galantuomo”

Il Capitano Emanuele Razeto era nato a Camogli il 23 novembre 1837. Nel 1861, imbarcato come Ufficiale  sul Regio Vascello “Re Galantuomo”,  prese parte all'assedio e alla presa di Gaeta, meritando per il suo valoroso comportamento, la medaglia d'argento al valor militare. Terminato il servizio nella Regia Marina, fu capitano dei velieri camogliesi dell'epoca d'oro della vela, solcando tutti gli oceani, sia sulle rotte del nord e sud America, doppiando ripetutamente Capo Horn, sia sulle rotte orientali del Pacifico. All'età di sessant'anni, quando stava per concludere la sua brillante carriera al comando della nave goletta “Fiducia”, incappò nella brutta avventura che abbiamo riportato.

Capitan Razeto rientrò a Camogli con la divisa militare che il Comandante della torpediniera  “Lombardia” gli aveva dato in cambio dei pochi stracci che indossava al momento della liberazione dai pirati; sorridendo dichiarava che con quella divisa aveva ritrovato i suoi vent'anni, quando a bordo del “Re Galantuomo” combatteva sotto i bastioni di Gaeta.

Il Capitano Razeto, dopo questa avventura, venne soprannominato “Riff”.

Concluse serenamente la sua avventurosa esistenza a Camogli, il 30 marzo 1912.

Nel nostro Museo, oltre al documento qui riportato, conserviamo un quadro a olio, dipinto su tela da vela,  dono di Alberto Razeto (nipote del Cap. Emanuele Razeto) che rappresenta il “Fiducia” nel  momento dell'abbordaggio dei pirati, sul quale è applicato il seguente cartiglio:

“Il Bast. Camogliese “FIDUCIA” assalito dai pirati sulle coste del RIFF.

Nell'agosto del 1897 il detto barco, al Comando del Cap. Emanuele Razeto, trovandosi nelle acque del Marocco fu assalito da due Fuste Piratesche. Soltantoil nostromo Giorgio Petrovick possedeva un vecchio revolver a tamburo con il quale si fece fuoco sui predoni. Ma esaurite le munizioni convenne, onde evitare un eccidio, arrendersi. I pirati saccheggiarono il barco e portarono prigionieri alle Kabile il Capitano, il nostromo e un marinaio francese, che furono poi, dopo quattro mesi di prigionia, liberati e portati in Patria da una torpediniera italiana. (Nell'archivio del Museo esiste una relazione manoscritta di questa avventura, firmata dal Com. Em. Razeto)”  

 

Per completezza di informazione riportiamo i dati tecnici del “Fiducia”:

Nave Goletta  costruita nel Cantiere Briasco di Sestri Ponente nel 1867.

Dimensioni: lunghezza mt. 46,5 – larghezza mt. 9,20 – puntale mt. 5,93 – Tonn. di Registro 575,60.

Armatore: Gerolamo Schiaffino.

 

Il Comandante Caccaos, nel suo quaderno, riferisce che il governo del Marocco pagò all'Italia la richiesta  indennità di Franchi 165.00, di cui 50.000 furono versati all'armatore del “Fiducia”, 80.000 al Capitano Razeto  e 35.000 da ripartirsi tra i membri dell'equipaggio.

 

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Bibliografia: - Silvio Caccaos – Quaderno del Museo n° 6 – ciclostilato in proprio. (esaurito)

                   - Gio Bono Ferrari – La Città dei mille bianchi velieri Camogli.- ARTI GRAFICHE TIGULLIO - RAPALLO -1939

                   - Documenti del Museo.

 

Foto: - Bruno Sacella,

         - Grande Atlante Geografico Vallardi – Ed. 1996

         -  Agenzia Bozzo       

 

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