SOLSTIZIO D'ESTATE - 21 Giugno 2010

 

SIMONE SCHIAFFINO

IL CAPITANO CAMOGLINO ALFIERE DEI “MILLE”

 

Quest’anno ricorre il 150° anniversario della morte di Simone Schiaffino, caduto a Calatafimi nel primo vero scontro tra i garibaldini, sbarcati nel vicino porto di Marsala e  le truppe borboniche, il 15 maggio 1860.

Ci pare doveroso ricordare in questo “solstizio d’estate” la figura e le imprese di questo giovane camoglino, morto ad  appena venticinque anni, avendo negli occhi il sogno dell’unità d’Italia.

Casa natale di Simone Schiaffino in Via Garibaldi.

Simone Schiaffino, figlio del capitano marittimo Adeodato e di Geronima Schiaffino era nato a Camogli il 16 febbraio 1835, in una casa di Via Garibaldi, sulla quale è stata apposta una targa che ricorda la sua nascita e il suo sacrificio.

Targa apposta sulla casa natale di Simone Schiaffino

A 11 anni, appena immatricolato tra la Gente di Mare dalla Direzione Marittima di Genova – quartiere di Recco – prendeva imbarco su un veliero di cabotaggio al comando del Capitano Lazzaro Preve, alternando lunghi imbarchi con brevi soste a casa, durante le  quali prendeva  lezioni di Nautica dal prof. Lazzaro Bertolotto.  Effettuò poi successivi  imbarchi con Cap. Gaetano Schiaffino e Cap. Massone, col quale rimase imbarcato per ben cinque anni.

Nel 1854,a soli 19 anni,  otteneva il titolo di Capitano Marittimo, pochi mesi prima della morte del padre.

Agli inizi del 1855, avrebbe dovuto arruolarsi per il periodo di leva, ma veniva esentato dal servizio militare perché figlio primogenito di madre vedova. Riprendeva quindi  la via del mare, imbarcando a Portofino e dopo alcuni altri imbarchi, il 5 marzo 1858 sbarcava a Marsiglia, chiudendo definitivamente la sua vita da marinaio.

Dopo questo rapido excursus sulla vita di Simone Schiaffino marinaio e capitano, cerchiamo di capire chi era veramente questo nostro concittadino, al quale è stato dedicato un bel monumento e una piazza in pieno centro della città 

Simone era il classico ragazzo camoglino dei suoi tempi, spesso scalzo e scarmigliato, intento a mille giochi e monellerie sulla banchina del porto, tra gozzi, tartane e leudi, pronto, se necessario, a dare una mano nelle attività marinaresche, magari con la speranza di guadagnare qualche spicciolo. Senz’altro era molto intelligente, ma vivacissimo, sempre pronto alla burla e a tutte le piccole avventure dei ragazzini della sua età, tra le barche del porto, a rubare con gli occhi il mestiere di marinaio, o sugli scogli della Dragonara e della Bardiciocca, a caccia di granchi, da usare magari per fare qualche scherzo alle ragazze che frequentavano le funzioni religiose.

Probabilmente proprio nell’intento di frenare, o meglio, convogliare nella giusta direzione questa sua esuberanza, il padre Adeodato, capitano e armatore, lo aveva imbarcato  giovanissimo su un veliero del quale certamente conosceva il Capitano.  E Simone imparò presto e bene il mestiere del mare; si racconta che in uno dei primi imbarchi il nostromo andò a lamentarsi dal capitano perché il giovane mozzo era imbarcato con la chitarra, cosa che secondo lui mal si addiceva al lavoro sul veliero, ma presto ebbe a ricredersi perché il  ragazzo era sempre il primo a trovarsi sul posto di lavoro, velocissimo nel salire a riva, dimostrando  eccezionali doti e capacità marinaresche che, con la sua vivida intelligenza, aveva imparato sulla banchina del porto di Camogli.

Tutto ciò non gli impediva di frequentare, tra un imbarco e l’altro o durante le lunghe soste nel porto,  la scuola nautica della “Fontanella” e porre le basi per ottenere a Genova il titolo di Capitano Marittimo.

Col passare del tempo e con la vita di mare Simone si era trasformato dal monello del porto e degli scogli, in  un giovane aitante, biondo, con una fulva barba che certamente andava di moda tra i giovani liberali del tempo, ma che in qualche modo lo faceva somigliare, nonostante la differenza d’età, al suo eroe, Giuseppe Garibaldi.

Negli ultimi anni di vita sul mare Cap. Simone si era avvicinato agli ideali liberali e patriottici che sempre più andavano diffondendosi tra i giovani, ispirato in questo  dall’insegnamento di Cap. Gaetano Schiaffino (Mixallo), uomo di grande capacità ed esperienza marinara, ma anche convinto patriota risorgimentale.

Brigantino “La Vittoriosa” sul quale fu imbarcato Simone Schiaffino. Disegno a china di Gio Bono Ferrari – Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari.

Dopo la morte del padre, la piccola flotta di famiglia venne gestita dal fratello Rocco, per cui Simone trovò quasi sempre imbarco sui brigantini “La Vittoriosa, Costanza ed Ernesto” .

 Lasciata la vita di marinaio nel 1858, Simone Schiaffino si dedica alla causa nazionale.

Scoppiata la Seconda Guerra d’Indipendenza, si arruola nei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi, partecipando ai combattimenti di Varese, S. Fermo e della Camerlata, spingendosi sino nella Valtellina dove, espugnata Bormio, Garibaldi si appresta ad inseguire le truppe austriache lungo il passo dello Stelvio, ma qui viene fermato dall’armistizio di Villafranca (11 luglio 1859).

Schiaffino dallo Stelvio scrive una lettera all’amico cav. Francesco Mortola nella quale lamenta l’inattività, tanto più pesante dopo l’ardore vittorioso delle battaglie. In questa lettera, conservata in Museo, scrive tra l’altro: ”…. ora che siamo in pace stiamo guardandoci uno coll’altro senza scambiarci una fucilata, cosa che annoia immensamente ….” e questa la dice lunga sull’ardore patriottico del nostro Simone.

Terminata la guerra ritorna a Camogli, dalla madre che adora, e qui pur concedendosi un po’ di bella vita, frequentando con successo molte belle donne genovesi, segue con attenzione le notizie che giungono da Genova dove si và  spargendo rapidamente la notizia che Garibaldi stia preparando una spedizione armata per liberare la Sicilia.

I volontari che già avevano combattuto a S. Fermo, alla Camerlata e sulle impervie alture dello Stelvio affluiscono da ogni regione  a Quarto, dove Garibaldi a Villa Spinola, attorniato dai suoi fedelissimi,  Bixio, Bertani, Crispi e da molti ufficiali che avevano  fatto parte dei Cacciatori delle Alpi sta organizzando la grande impresa che porterà all’unità d’Italia.

E naturalmente Schiaffino è tra i primi a giungere, col suo grande entusiasmo e la sua esperienza di marinaio e capitano in un’impresa che dovrà iniziare via mare.

Nel porto di Genova sono ormeggiati due piroscafi, il “Piemonte” e il “Lombardo” che l’armatore genovese Rubattino, con un accordo segreto stipulato col governo piemontese, ha messo a disposizione di Garibaldi.

Si tratta di due  vecchie navi; il Lombardo era stato varato nel 1841 mentre per il Piemonte non si hanno notizie precise, con propulsione a ruote e macchina a vapore, munite anche di due alberi a vele quadre

Dopo qualche incertezza circa la possibilità di attuare il piano prestabilito, considerato anche che la prevista rivoluzione siciliana ai danni di Francesco II era fallita sul nascere, giunge il momento della grande decisione e la notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 un gruppo di volontari, al comando dello stesso Garibaldi e di Bixio,si impadronisce delle due navi, superando una debole resistenza dell’equipaggio, ridotto al minimo, ma non informato per motivi di sicurezza. Garibaldi sale sul Piemonte, il cui comando è assegnato al Capitano Salvatore Castiglia, patriota siciliano, mentre il comando del Lombardo viene assunto direttamente da Bixio, che ha come timoniere Simone Schiaffino.

Bixio viene  informato dal Capo Macchinista, Giuseppe Orlando, che la macchina del Lombardo non può essere avviata, pertanto, tenuto conto che la partenza non può essere rimandata, perché sulla scogliera di Quarto mille volontari sono in attesa di imbarcare sulle due navi, si decide che il Piemonte prenda a rimorchio il Lombardo.

 

La manovre di uscita dal porto di Genova e il rimorchio “a briglia “ del Piemonte e Lombardo nella ricostruzione del Com.te Carlo Gatti, Comandante di rimorchiatori e Pilota del porto di Genova

Si tratta di una manovra difficilissima dato che le navi sono ormeggiate alla batteria della darsena, l’attuale Ponte dei Mille, e le acque già molto ristrette (praticamente il porto di Genova consisteva in quello che oggi viene denominato “Porto Antico) sono ingombre da bastimenti , piroscafi, maone e bettoline alla fonda o ormeggiate ai gavitelli. Ciononostante la perizia dei  capitani e dei timonieri ha ragione di tutte le difficoltà e all’alba del 6 maggio le due unità sono di fronte a Quarto e iniziano il rapido imbarco delle camicie rosse con tutti i mezzi disponibili.

Partenza da Quarto.

Il personale di macchina ha intanto messo in funzione la motrice del Lombardo e, terminato l’imbarco, il convoglio può partire per la Sicilia.

Pochi sanno però che le due navi faranno una breve sosta di fronte a Camogli ( qualche fonte dice a Recco) per l’imbarco di olio lubrificante e sego per le motrici, che non era stato possibile completare a Genova, con un rapido via vai di barche a remi.  Probabilmente Simone  avrà approfittato di questa breve sosta per un rapido abbraccio alla madre, che non rivedrà più.

Il giorno 7 maggio la spedizione poggia a Talamone per completare l’armamento dei volontari. Vengono imbarcati polvere da sparo e munizioni per i vecchi fucili in dotazioni ai garibaldini, un centinaio di buone carabine e tre vecchi cannoni. Il 9 maggio a Porto S. Stefano ancora una sosta per imbarcare viveri e carbone, indispensabili per completare il viaggio. E qui Schiaffino è ancora protagonista; inviato da Bixio con un piccolo gruppo di volontari a prelevare il carbone da un deposito, opportunamente predisposto, si trova ad affrontare la resistenza, probabilmente per motivi burocratici, di un doganiere dell’ex Granducato di Toscana.  Simone non ha tempo da perdere e con la sua minacciosa prestanza fisica mette letteralmente da parte il doganiere e convince  i suoi pochi subalterni  a collaborare con i garibaldini all’imbarco del carbone su alcune grosse barche che poche ore dopo sono sottobordo al Piemonte e al Lombardo per il rifornimento del prezioso combustibile.

“Schiaffino morente” olio su tela – autore ignoto. Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari.

Finalmente l’11 maggio la spedizione raggiunge il Porto di Marsala, dove le due navi, pur individuate da alcune unità della marina borbonica,  riescono ad ormeggiare e iniziano rapidamente lo sbarco dei garibaldini.

 In verità le navi borboniche hanno qualche esitazione ad effettuare un massiccio cannoneggiamento contro le unità garibaldine, per la presenza in porto di due navi militari della marina di S.M. Britannica, “Argus” e  “Intrepid”, poste a salvaguardia degli interessi di imprenditori inglesi proprietari di numerosi stabilimenti di produzione del vino marsala.  Solo a sbarco ormai completato le navi borboniche effettuano un blando bombardamento sul porto che ha come risultato il danneggiamento del piroscafo Piemonte.

I volontari garibaldini, ai quali si sono aggiunti numerosi “picciotti”, puntano direttamente verso l’interno dell’isola e il 13 maggio occupano Salemi dove Garibaldi si autoproclama “Dittatore della Sicilia nel nome di Vittorio Emanuele, re d’Italia” e organizza le truppe per proseguire la marcia verso Palermo.

La battaglia di Calatafimi. Celebre stampa popolare del 1863.

Le truppe borboniche al comando del Generale Francesco Landi, forti di 3.000 uomini ben armati, con oltre quattrocento moderne carabine e alcuni pezzi di artiglieria, sono attestate sul colle Pianto dei Romani in posizione favorevole, in vista dell’abitato di Calatafimi; Garibaldi avanza con i suoi “Mille” affiancati da un mezzo migliaio di siciliani. La maggior parte dei suoi uomini è formata da studenti universitari, patrioti senza nozioni strategiche e “picciotti”, ma può contare su un nucleo di oltre 500 uomini reduci dalle battaglie della prima e seconda guerra d’indipendenza e sui famosi Cacciatori delle Alpi, ben addestrati e pronti ad ogni strategia adottata dal loro Comandante, del quale hanno estrema fiducia; fanno parte di questo gruppo anche 37 “Carabinieri Genovesi”, così chiamati perché andavano ad allenarsi al “Regio tiro a segno di Genova”, armati con le loro carabine da gara, di grande precisione.

Epitaffio scritto da Giuseppe Garibaldi , inciso sul basamento del monumento a Simone Schiaffino

I due eserciti venuti a contatto, per un paio d’ore si affrontano da lontano con fuoco d’artiglieria e tiri delle carabine poi, i borboni, convinti della loro superiorità sia d’armamento che strategica si fanno incontro ai garibaldini da posizione dominante.

La battaglia è durissima ma i soldati napoletani vengono fermati  dal fuoco inaspettato e preciso  dei Carabinieri genovesi, e da un  assalto alla baionetta.

Monumento a Simone Schiaffino opera dello scultore genovese Giuseppe Molinari.

Il Generale Nino Bixio, resosi però conto che  il grosso dei soldati napoletani  si trova a ridosso delle linee garibaldine, che non avrebbero potuto reggere ad un successivo attacco, ordina la ritirata, ma viene fermato da Garibaldi che al grido “Nino, qui si fa l’Italia o si muore!” si porta direttamente alla testa dei suoi in un disperato assalto all’arma bianca, assecondato dai suoi ufficiali che conoscono questo tipo di strategia e lo seguono con tutti i loro uomini, anche con l’intento di proteggerlo.

Tra questi Simone Schiaffino, con il grado di maggiore, avanza con il grande “ tricolore degli italiani”, la bandiera ricamata dalle donne italiane di Valparaiso e donata al Condottiero nel 1852, quando si trovava in quel porto al comando del brigantino a palo “Carmen”.  Le perdite sono notevoli, da entrambe le parti, ma ormai la battaglia è vinta e la ritirata del generale Landi e dei suoi uomini si trasformerà in una rotta vergognosa verso Palermo. Purtroppo Simone Schiaffino, che si trova in prima linea con un gruppo di valorosi compagni, viene colpito a morte dal soldato borbonico Luigi Lateano che, successivamente, passerà nelle file dei garibaldini riconsegnando il tricolore che aveva strappato dalle mani di Simone morente.

Garibaldi, appresa la morte del suo alfiere, si fa condurre presso il caduto ed esclama: “Povero Schiaffino, ti amavo come un figlio!” poi si chiude  in un dolore profondo.

 

Il 25 maggio 1861 il Consiglio Comunale di Camogli deliberava di innalzare un monumento per onorare la memoria di Simone Schiaffino nella piazza principale della Città.

L’opera , commissionata allo scultore genovese Giuseppe Molinari,  veniva solennemente inaugurata il 15 maggio 1865.

 

Cacciatorpediniere Simone Schiaffino

 

Annullo postale del cacciatorpediniere Simone Schiaffino

Anche la Regia Marina volle onorare il nostro grande concittadino assegnando il suo nome ad un cacciatorpediniere, varato il 2 settembre 1915 nei cantieri Odero di Sestri Ponente e affondato in azione di guerra il 24 aprile 1941. 

 

Cinturone e sciabola di Simone Schiaffino – Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari.

 

Nel nostro museo sono gelosamente conservati, oltre alla lettera di cui si è detto sopra, il cinturone, la sciabola, la chitarra, un quadro a olio che raffigura Schiaffino morente e un sasso con una vistosa macchia di sangue, che la tradizione vuole sia stato raccolto sotto il corpo di Simone Shiaffino, intriso del suo sangue.

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

C.M. Aceti – Camogli 1965.

Bruno Malatesta: Cap. Simone Schiaffino – Sito Società Capitani e Macchinisti Navali – Camogli.

Carlo Gatti – Garibaldi, Bixio e Camogli

Bandi G. – I Mille

Luciano Biancardi – Aristocrazia del Risorgimento – Longanesi 1992.

 

FOTOGRAFIE:

Bruno Malatesta.

Civico Museo Marinaro Gio Bono Ferrari.

Agenzia Bozzo – Camogli

 

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