SOLSTIZIO D'INVERNO - 21 Dicembre 2010

 

LA CROCIERA DEI CENTO GIORNI

 

La pesca dell’acciuga all’Isola di Gorgona, ha rappresentato una parte importante, anche se di minor rilievo, della grande avventura di Camogli sul mare, e si è affiancata  per quasi due secoli alla storia dei velieri che hanno solcato i mari e gli oceani di tutto il mondo, con successo sempre crescente, sino all’avvento della navigazione a vapore che ha segnato il rapido declino della storia marinara  della Città.

La “Crociera dei cento giorni”, come veniva chiamata la campagna di pesca alla Gorgona, per la sua durata di circa tre mesi, dalla seconda domenica di maggio, festa di San Fortunato, sino a metà agosto, il giorno dell’Assunta, si svolse storicamente tra il 1810 e il 1918, ma da un documento conservato nell’archivio dell’Arciconfraternita dei SS. Prospero e Caterina si può rilevare come questa pesca venisse praticata sin dalla prima metà del XVIII secolo. Infatti nel libro cassa dell’Arciconfraternita si evidenzia che già nel 1742 i pescatori, di ritorno dalla campagna di pesca alla Gorgona, fecero una cospicua donazione in pesce salato, oltre alla decima dovuta all’Istituzione religiosa.

Inoltre “Lilla” Mariotti, dalla viva voce di un anziano pescatore camoglino, ha appreso che l’ultima campagna di pesca si svolse nel 1939.

La pesca alla Gorgona  non ha certo avuto la rilevanza storica dell’epopea della vela, tramandataci da Gio Bono Ferrari con “ La città dei mille bianchi velieri” ma, ricordarla oggi, attraverso le memorie dei nipoti e pronipoti di coloro che questa avventura vissero in prima persona, offre l’opportunità a Camogli e alla sua gente di ricordare una parte importante del loro patrimonio di tradizioni e di lavoro.

Faro di P.ta Paratella:

1 lampo bianco ogni 10s.

La pesca all’acciuga era effettuata con i leudi, una tipica imbarcazione mediterranea, particolarmente usata dalla marineria ligure, oltre che per la pesca anche per la navigazione di piccolo cabotaggio. Si può ritenere, in linea di massima, che fossero due i tipi di leudi presenti nel porto di Camogli; quelli da pesca, di minor tonnellaggio ( 5/6 tonnellate circa e una lunghezza tra gli 8 e i 10 metri), più “sottili” e quindi più veloci, con un albero verticale con antenna e vela latina e un paio di fiocchi, provvisti di remi per navigare anche in mancanza di vento, e i leudi da carico per il cabotaggio, molto più grandi, con un tonnellaggio intorno alle 20 tonnellate e una lunghezza di 13/15 metri, salvo casi eccezionali in cui veniva raggiunta una lunghezza di 17/20 metri con un tonnellaggio di circa 30 tonnellate.

LEUDO da carico “RIVANO”

(Museo Marinaro)

 I leudi da carico erano chiamati “rivani” perché costruiti ed armati maggiormente a Riva Trigoso e Sestri Levante. I “rivani” avevano l’albero inclinato verso prua di circa 17 gradi, per facilitare la manovra della vela, in  quanto l’antenna veniva a trovarsi ad altezza d’uomo a prua.

La pesca dell’acciuga alla Gorgona era un’attività stagionale, che si svolgeva tra maggio e agosto, come detto sopra, e questo era il periodo migliore non solo per la pescosità, ma anche per la stasi dei lavori agricoli, dato che l’equipaggio dei leudi era formato in gran parte da uomini che per il resto dell’anno si dedicavano ai lavori della terra.

I leudi camogliesi che si dedicavano a questa attività, nella seconda metà dell’ottocento, periodo  del suo massimo sviluppo, erano  una quindicina, ma spesso qualcun altro della riviera di levante, si accodava durante il viaggio.

L’equipaggio era generalmente composto da cinque a otto uomini, a seconda delle dimensioni del leudo e le esigenze di pesca previste; il capitano  di solito era anche il proprietario del “barco”, in possesso della patente di Padrone Marittimo che lo abilitava alla navigazione costiera nel Mediterraneo; c’era poi sempre un mozzo, un ragazzetto tra i dieci e i dodici anni, che nel periodo estivo imbarcava per imparare un mestiere. Spesso era proprio tra questi ragazzi che, dopo aver frequentato la scuola tecnica di marina della Fontanella e, dopo il 1875 l’Istituito Nautico,  si formavano i grandi Capitani, orgoglio di Camogli. Tra gli altri uomini dell’equipaggio, solo alcuni erano pescatori di professione, molti erano invece i contadini reclutati nell’entroterra dai piccoli paesi del rapallese, Santa Maria del Campo, San Martino di Noceto, Sant’Andrea di Foggia, San Pietro di Novella. Spesso questi uomini non sapevano neppure nuotare, qualcuno a malapena riusciva a stare a galla.

“Ghindao” Arcolaio usato dai pescatori per dipanare le matasse di filo da inserire su aghi di legno o di osso per riparare le reti

(Museo Marinaro)

Non esisteva un vero e proprio contratto di lavoro, tra “padrone” e pescatori; gli accordi erano presi sulla parola, con una stretta di mano, e spesso si rinnovavano tacitamente di anno in anno, basandosi solo sulla fiducia. Qualche volta, per il necessario ricambio, il “padrone” andava a far visita ad una famiglia amica dove sapeva che c’era un giovane intenzionato a lavorare; nasceva così un nuovo pescatore.  Di solito questi tipi di contratto venivano stipulati il Lunedì dell’Angelo e non se ne parlava più sino alla partenza di metà maggio.

Porticciolo della Gorgona.

Durante la navigazione più lunga, da Camogli all’Arcipelago Toscano e al ritorno, o dalla Gorgona a Livorno o Viareggio, il timone, che era di tipo ad asta, era governato dal capitano,  quasi sempre l’unico ad avere nozioni di navigazione, ma se era imbarcato qualche buon marinaio o qualcuno dimostrava di aver voglia di imparare, il capitano poteva essere sostituito e prendersi  qualche ora di sonno. Per il resto a bordo non esisteva una vera ripartizione del lavoro, ognuno faceva il suo e, specialmente durante la pesca,  tutte le mansioni erano intercambiabili. Il mozzo era sempre pronto ad accorrere dove era necessario dare una mano, ma soprattutto si occupava della pulizia  e del rassetto; era sempre indaffarato perché cercava di “rubare” il mestiere e migliorare quindi la propria posizione negli anni futuri.

La rete usata per la pesca dell’acciuga alla Gorgona era la “manata”; una rete di cotone di circa ottanta metri di lunghezza con un’altezza tra i dieci e i quindici metri, armata di sugheri di galleggiamento e di piombi al fondo.  Venivano usate anche reti con un’altezza minore, tra gli otto e i dieci metri, dette”manate da fondo” per pescare nei bassi fondali. Le maglie erano piuttosto grandi, per evitare la cattura di novellame o acciughe troppo piccole, non adatte ad essere salate; ciò permetteva anche di mantenere alta la pescosità del mare.

Di solito venivano fatte  due calate giornaliere, una la mattino e una alla sera; praticamente un turno continuo. Naturalmente c’erano giorni in cui ci si doveva fermare per il mare agitato, ma ciò non era considerato un fatto negativo, perché si era notato che dopo una mareggiata il mare diventava più pescoso.

Pescatore di Gorgona.

La salatura delle acciughe doveva essere fatta subito dopo la pesca, sia perché si era in estate, sia perché le  acciughe dovevano essere salate quando avevano ancora un po’ di sangue. La salatura avveniva in barili di legno che erano stati caricati sul leudo prima della partenza da Camogli, come pure il sale marino, che veniva poi grossolanamente raffinato, prima di essere utilizzato, con un marchingegno chiamato macinello (di cui conserviamo un esemplare in Museo).

Macinello per “pestare” il sale.

(Museo Marinaro )

Per salare le acciughe bisognava disporle nel barile a strati incrociati, divisi l’uno dall’altro da uno strato di sale. Quando il barile era pieno, sopra l’ultimo strato di sale veniva posto un coperchio di legno o di ardesia (chiamato in genovese tempegno”), di diametro leggermente inferiore alla bocca del barile,  sul quale  venivano posti grossi pesi che consistevano generalmente in massi raccolti nelle calette dell’Isola. Tenuto conto che il peso delle acciughe e del sale contenuto nel barile variava dai venti ai trenta chili, il peso sul coperchio doveva essere circa il doppio.

Naturalmente i leudi camogliesi dovevano fare ogni tanto una toccata a terra.

      In caso di cattivo tempo riparavano alla Gorgona in qualche caletta o, i più fortunati, al piccolo braccio del porticciolo, approfittando della sosta  per rassettare il barco e le reti o accelerare la salatura, quando la pesca era stata particolarmente abbondante. Probabilmente gli equipaggi ne approfittavano per fare un po’ d’igiene personale, perché a bordo lo spazio era limitatissimo e la poca acqua dolce serviva solo per bere, cucinare e , qualche volta, fare un po’ di caffè.

Per lo smercio delle acciughe salate si faceva scalo a Livorno, da dove  venivano esportate in tutta Europa, ma soprattutto nel Regno Unito. Gli Inglesi erano infatti i maggiori consumatori del pescato della Gorgona. Livorno era sede di un Console Inglese, con funzioni di addetto commerciale, per cui il commercio delle acciughe verso questo Paese era molto facilitato. Il pescato che eccedeva la richiesta del mercato inglese veniva venduto in loco, al mercato libero, molto vivace. Inoltre i pescatori camogliesi approfittavano della sosta a Livorno per fare provvista di sale, proveniente dalle saline di Volterra.

Madonne di Montenero su ossi di seppia

(Museo Marinaro)

Di solito, durante l’ultima “toccata” a Livorno, i marinai dei leudi andavano a far visita alla Madonna di Montenero della quale erano tutti più o meno devoti; in molte case di Camogli è facile, ancor oggi,  trovare un’immagine della Madonna di Montenero e due begli esemplari, ricavati da ossi di seppia, sono conservati nel nostro Museo.

Naturalmente quest’ultima sosta era  dedicata anche a una buona mangiata, in una delle trattorie del porto, dato che la dieta a bordo dei leudi era piuttosto frugale e poco variata.  Consisteva quasi esclusivamente nelle famose  “gallette dei marinai”, acquistate a Camogli e conservate in un cassone foderato di zinco, che erano la base per una zuppa di pesce o per la “cappponadda”con acciughe salate e verdure a lunga conservazione, quali cipolle, pomodori, cetrioli e aglio.

Si racconta che anche durante le soste forzate alla Gorgona si approfittasse per mangiare qualcosa di diverso, soprattutto carne di agnello, che veniva preparata da una bella locandiera, dai capelli rossi e gli occhi verdi, ma questa è solo una leggenda, ricordata da uomini che non vedevano una donna per molti giorni.

Pare che i camogliesi siano stati i primi a avviare una forma di collaborazione con i detenuti della colonia penale, istituita nell’Isola nel 1869. Usufruivano dell’aiuto dei carcerati per lavori pesanti, quali tirare a secco un leudo per la pulitura della carena o per eseguire  un raddobbo necessario a continuare l’attività. Naturalmente per questi lavori venivano regolarmente pagati, secondo accordi convenuti con la Direzione della colonia penale, che richiedeva, come unica condizione per la disponibilità al lavoro dei detenuti, che tutti remi del barco venissero bloccati con catene serrate da un grosso lucchetto.

Semaforo della Gorgona.

Verso la fine della campagna di pesca, prima del rientro a Camogli, il pescato veniva salato e conservato a bordo per la vendita in città e sulle Riviere.  Ogni pescatore aveva poi diritto a conservare un certa quantità di acciughe salate per il fabbisogno familiare. In questo caso le acciughe, scelte con cura, venivano salate e conservate in contenitori di vetro o terracotta smaltata chiamati “arbanelle”

Benedetto e Agostino Bozzo: due generazioni di “padroni” di leudi per la pesca alla Gorgona.

Il sistema di paga, secondo le testimonianze a noi pervenute, avveniva con la suddivisioni in quarti: ¼ andava al “barco” per le manutenzioni e il rimessaggio invernale, il vitto acquistato prima della partenza o nelle soste durante la campagna di pesca, le riparazione e l’acquisto di reti e vele; ¼ spettava al “padrone marittimo”, quasi sempre proprietario e capitano dell’imbarcazione, e 2/4 all’equipaggio.  L’equipaggio divideva la sua spettanza in parti eguali, ad eccezione del mozzo, che riceveva solo una mezza parte, come da contratto. D'altronde  si trattava sempre di ragazzi molto giovani che non avevano impegni di famiglia.

MASCOLO usato per avvisare l’avvistamento dei leudi di ritorno dalla Gorgona (Museo Marinaro)

Dalla “parte” del padrone marittimo doveva essere detratta la decima, spettante alla parrocchia o altre comunità religiose. Generalmente i compensi venivano liquidati nella prima settimana, successiva al rientro, giusto il tempo per fare i conti. C’era una consuetudine di onestà e giustizia e non si ricordano reclami di alcun genere; tutto si basava sulla parola data e a nessuno conveniva perdere la stima della comunità. Era una comunità piccola, ben amalgamata; nessuno navigava nell’oro ma nessuno pativa la fame.

Il giorno per il rientro veniva stabilito da ciascun padrone   in modo da poter essere a casa per la festa dell’Assunta, il 15 Agosto.

Nei giorni precedenti i ragazzi di San Nicolò, della Punta e di Camogli si ritrovavano all’estremità di Punta Chiappa e facevano a gara  per  avvistare per primi i leudi di ritorno dalla Gorgona. All’avvistamento,  uno dei “massari” di San Nicolò sparava un mascolo (mortaretto) per avvisare la popolazione camogliese del rientro dei pescatori.

L’arrivo era una festa, non solo per i familiari, ma per tutta la Città; festa che continuava per molti giorni  sino a  concludersi ai primi di settembre con la ricorrenza di S. Prospero alla quale si univano anche i festeggiamenti per la Madonna del Boschetto, che  erano stati celebrati il 2  luglio quando i leudi erano fuori, così la festa diventava doppia.

 

Bibliografia:

 - Atti del Convegno di Alghero-Cabras 7/9 dicembre 2001 di Annamaria “Lilla” Mariotti.

 - I RICORDI DEL NONNO – Intervista a Agostino Bozzo a cura di Anselmo Roveda.

 

Foto:

 - Archivio familiare del Cap. Agostino Bozzo.

 - Gorgona Isola: portale per una visita virtuale.

 

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